sabato 13 giugno 2015

Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Emergenza educativa. Nel 2006 il card. Cafarra coniò questa espressione evidenziando "una profonda incertezza sulla stessa necessità o sensatezza dell’atto educativo" individuando anche nell'istituzione scolastica uno dei soggetti principali coinvolti in tale processo.  Probabilmente, oggi, quest'espressione smuove in ciascuno di noi problematiche, urgenze, valori diversi che dipendono dalle risposte che diamo a due importanti domande: cosa significa educare? Cosa chiediamo come studenti, genitori, insegnanti, società alla scuola?
Sempre più la scuola si sta orientando verso un modello aziendale dell'apprendimento, in cui l'acquisizione di competenze e contenuti sono finalizzati ad una performance ovvero alla capacità di sviluppare quelle abilità di problem solving  necessarie, oggi come non mai, per essere competitivi nel mondo e nel mondo del lavoro.
Un sapere, dunque, orientato al saper-fare, alla tecnica e, forse, al progresso. E' evidente che nella nostra società tali abilità siano non solo indispensabili ma anche imprescindibili, purché coniugate con la tessitura di quell'intreccio umano e  vitale per ciascuna persona.
Ci si potrebbe chiedere se questo secondo aspetto sia ancora compito della scuola, in una società pluralista e settoriale o se, anche la scuola debba sottostare a quel processo di parcellizzazione che sta modificando l'aspetto delle nostre città. Mi spiego meglio.
In un suo intervento lo psicanalista Francesco Stoppa ha evidenziato come l'organizzazione dello spazio urbano  si stia sempre più settorializzando, parcellizzando, di conseguenza, i bisogni dei cittadini.
L'avvento dei centri commerciali, dei centri benessere, delle cittadelle della salute individuano luoghi e spazi di risposta definiti ed allo stesso tempo ghettizzati alle singole esigenze, in opposizione ad uno spazio pubblico condiviso, in cui il centro città, con i suoi molteplici spazi di ritrovo, socializzazione ed attività, è visibilmente metafora e luogo delle relazioni umane, interpersonali di ciascuno e della collettività.
Di qui molti interrogativi: ci rechiamo a scuola unicamente per sviluppare competenze (allo stesso modo in cui ci rechiamo in un centro per trovare benessere) oppure, aprendo la porta dell'istituto, ci inseriamo in un luogo vivo di relazioni, dinamiche interpersonali, regole, stimoli, alterità che si intrecciano inevitabilmente con la nostra vita e con il processo di apprendimento che è prerogativa della scuola? E ancora: La quotidianità della vita scolastica, data dalle possibilità e dalle difficoltà che le relazioni con i compagni e con tutte le persone che abitano l'ambiente scuola, ha a che fare con il processo di crescita ed educazione che la scuola è chiamata a costruire? Il sano orgoglio o la frustrazione che seguono una valutazione, il gusto che può nascere nei confronti di ciò che si studia sono o non sono oggetti dell'attività scolastica? Le competenze che acquisisco e che costruisco intersecano il mio stare nel mondo e con gli altri? Le risorse e le inevitabili conflittualità del mio gruppo classe (sia io studente od insegnante) sono un'occasione reale di crescita così come la cura del mio impegno tanto nelle materie in cui ho più difficoltà quanto in quelle in cui eccello?

Credo che la scuola sia necessariamente, a fianco alle altre istituzioni educative, un luogo in cui i ragazzi, acquisendo le proprie competenze, costruiscono anche se stessi, allenano i propri sogni, si educano a divenire "uomini umanamente".

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