Emergenza educativa. Nel 2006 il
card. Cafarra coniò questa espressione evidenziando "una profonda
incertezza sulla stessa necessità o sensatezza dell’atto educativo"
individuando anche nell'istituzione scolastica uno dei soggetti principali
coinvolti in tale processo. Probabilmente,
oggi, quest'espressione smuove in ciascuno di noi problematiche, urgenze,
valori diversi che dipendono dalle risposte che diamo a due importanti domande:
cosa significa educare? Cosa chiediamo come studenti, genitori, insegnanti,
società alla scuola?
Sempre più la scuola si sta
orientando verso un modello aziendale dell'apprendimento, in cui l'acquisizione
di competenze e contenuti sono finalizzati ad una performance ovvero alla capacità di sviluppare quelle abilità di problem solving necessarie, oggi come non mai, per essere
competitivi nel mondo e nel mondo del lavoro.
Un sapere, dunque, orientato al
saper-fare, alla tecnica e, forse, al progresso. E' evidente che nella nostra
società tali abilità siano non solo indispensabili ma anche imprescindibili,
purché coniugate con la tessitura di quell'intreccio umano e vitale per ciascuna persona.
Ci si potrebbe chiedere se questo
secondo aspetto sia ancora compito della scuola, in una società pluralista e
settoriale o se, anche la scuola debba sottostare a quel processo di
parcellizzazione che sta modificando l'aspetto delle nostre città. Mi spiego
meglio.
In un suo intervento lo
psicanalista Francesco Stoppa ha evidenziato come l'organizzazione dello spazio
urbano si stia sempre più
settorializzando, parcellizzando, di conseguenza, i bisogni dei cittadini.
L'avvento dei centri commerciali,
dei centri benessere, delle cittadelle della salute individuano luoghi e spazi
di risposta definiti ed allo stesso tempo ghettizzati alle singole esigenze, in
opposizione ad uno spazio pubblico condiviso, in cui il centro città, con i suoi
molteplici spazi di ritrovo, socializzazione ed attività, è visibilmente
metafora e luogo delle relazioni umane, interpersonali di ciascuno e della
collettività.
Di qui molti interrogativi: ci
rechiamo a scuola unicamente per sviluppare competenze (allo stesso modo in cui
ci rechiamo in un centro per trovare benessere) oppure, aprendo la porta
dell'istituto, ci inseriamo in un luogo vivo di relazioni, dinamiche
interpersonali, regole, stimoli, alterità che si intrecciano inevitabilmente
con la nostra vita e con il processo di apprendimento che è prerogativa della
scuola? E ancora: La quotidianità della vita scolastica, data dalle possibilità
e dalle difficoltà che le relazioni con i compagni e con tutte le persone che
abitano l'ambiente scuola, ha a che fare con il processo di crescita ed
educazione che la scuola è chiamata a costruire? Il sano orgoglio o la
frustrazione che seguono una valutazione, il gusto che può nascere nei
confronti di ciò che si studia sono o non sono oggetti dell'attività
scolastica? Le competenze che acquisisco e che costruisco intersecano il mio
stare nel mondo e con gli altri? Le risorse e le inevitabili conflittualità del
mio gruppo classe (sia io studente od insegnante) sono un'occasione reale di
crescita così come la cura del mio impegno tanto nelle materie in cui ho più
difficoltà quanto in quelle in cui eccello?
Credo che la scuola sia necessariamente,
a fianco alle altre istituzioni educative, un luogo in cui i ragazzi,
acquisendo le proprie competenze, costruiscono anche se stessi, allenano i
propri sogni, si educano a divenire "uomini umanamente".

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