sabato 1 agosto 2015

SOGNO

- Per me un filetto al pepe, grazie.
- due.
- Da bere?
- una birra.
Gli occhi mi si sgranarono, non l'avevo mai sentita ordinare una birra, e la cosa mi fece molto piacere.
- Per me, una birra rossa ed un'acqua, grazie.
Il cameriere annotò l'ordinazione con la pennetta sul suo palmare, ritirò i menu e con fare veloce e preciso si diresse verso il bancone.
Le luci dei lampioni si riflettevano sull'acqua salata della baia marina, mentre la il cadenzare delle onde che s'infrangevano accompagnava la musica degli artisti che si esibivano lungo le stradine ed il vociare dei turisti che camminavano incessanti.
Parlammo di noi. Strana storia, la nostra.
Lei era lì, davanti a me, con i suoi riflessi rossi, gli occhi scuri e luminosi e la sua carnagione olivastra che pian piano, dopo anni, faceva riemergere il suo carattere mediterraneo.
Il suo cuore mi pregava di farla volare lontano da una storia di cui era al contempo  innamorata e prigioniera.
Io lì, davanti a lei. Prigioniero pure io, da troppo tempo, di una storia che si ostinava a bussare al mio cuore, e che non riuscivo a dimenticare. Titubante.
Il da farsi non era semplice. Era bello sognare di partire assieme, incontrati, purtroppo o per fortuna, quasi per caso. Sembravamo perfetti. Potenzialmente perfetti. Ma a volte, come dice il vecchio detto, "chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane non ha i denti".
Il mio carattere focoso e passionale si era stinto,  rendendomi inconsistente, schivo, quasi malaticcio.
Avevamo già  provato a volare, ruzzolando poco innanzi al punto in cui, assieme, avevamo puntato alla luna.
E la scelta ancora una volta spettava me, avrei dovuto calcolare bene le forze per portarla, questa volta, in alto.  Almeno quanto basta per esserci.
Ma come avrei potuto? I legacci erano troppo forti, ed il mio cuore continuava a percepire il battito di chi sta alla porta e bussa, bussa maledettamente inesorabile.
Arrivò il cameriere con le ordinazioni.
- La minestrina per i signori  ...chiedo scusa, questa sera, è riscaldata.

No, grazie.. Non ci piacciono le minestre riscaldate.


sabato 13 giugno 2015

Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Emergenza educativa. Nel 2006 il card. Cafarra coniò questa espressione evidenziando "una profonda incertezza sulla stessa necessità o sensatezza dell’atto educativo" individuando anche nell'istituzione scolastica uno dei soggetti principali coinvolti in tale processo.  Probabilmente, oggi, quest'espressione smuove in ciascuno di noi problematiche, urgenze, valori diversi che dipendono dalle risposte che diamo a due importanti domande: cosa significa educare? Cosa chiediamo come studenti, genitori, insegnanti, società alla scuola?
Sempre più la scuola si sta orientando verso un modello aziendale dell'apprendimento, in cui l'acquisizione di competenze e contenuti sono finalizzati ad una performance ovvero alla capacità di sviluppare quelle abilità di problem solving  necessarie, oggi come non mai, per essere competitivi nel mondo e nel mondo del lavoro.
Un sapere, dunque, orientato al saper-fare, alla tecnica e, forse, al progresso. E' evidente che nella nostra società tali abilità siano non solo indispensabili ma anche imprescindibili, purché coniugate con la tessitura di quell'intreccio umano e  vitale per ciascuna persona.
Ci si potrebbe chiedere se questo secondo aspetto sia ancora compito della scuola, in una società pluralista e settoriale o se, anche la scuola debba sottostare a quel processo di parcellizzazione che sta modificando l'aspetto delle nostre città. Mi spiego meglio.
In un suo intervento lo psicanalista Francesco Stoppa ha evidenziato come l'organizzazione dello spazio urbano  si stia sempre più settorializzando, parcellizzando, di conseguenza, i bisogni dei cittadini.
L'avvento dei centri commerciali, dei centri benessere, delle cittadelle della salute individuano luoghi e spazi di risposta definiti ed allo stesso tempo ghettizzati alle singole esigenze, in opposizione ad uno spazio pubblico condiviso, in cui il centro città, con i suoi molteplici spazi di ritrovo, socializzazione ed attività, è visibilmente metafora e luogo delle relazioni umane, interpersonali di ciascuno e della collettività.
Di qui molti interrogativi: ci rechiamo a scuola unicamente per sviluppare competenze (allo stesso modo in cui ci rechiamo in un centro per trovare benessere) oppure, aprendo la porta dell'istituto, ci inseriamo in un luogo vivo di relazioni, dinamiche interpersonali, regole, stimoli, alterità che si intrecciano inevitabilmente con la nostra vita e con il processo di apprendimento che è prerogativa della scuola? E ancora: La quotidianità della vita scolastica, data dalle possibilità e dalle difficoltà che le relazioni con i compagni e con tutte le persone che abitano l'ambiente scuola, ha a che fare con il processo di crescita ed educazione che la scuola è chiamata a costruire? Il sano orgoglio o la frustrazione che seguono una valutazione, il gusto che può nascere nei confronti di ciò che si studia sono o non sono oggetti dell'attività scolastica? Le competenze che acquisisco e che costruisco intersecano il mio stare nel mondo e con gli altri? Le risorse e le inevitabili conflittualità del mio gruppo classe (sia io studente od insegnante) sono un'occasione reale di crescita così come la cura del mio impegno tanto nelle materie in cui ho più difficoltà quanto in quelle in cui eccello?

Credo che la scuola sia necessariamente, a fianco alle altre istituzioni educative, un luogo in cui i ragazzi, acquisendo le proprie competenze, costruiscono anche se stessi, allenano i propri sogni, si educano a divenire "uomini umanamente".

lunedì 8 settembre 2014

Cambio d'abiti



A volte l'abito fa il monaco.
Togliere i pantaloncini ed una maglietta, forse macchiata di varechina; odora di fumo, per indossare jeans e camicia.  Ed oggi sono qui in questa stanza ancora vuota e spoglia. Con la sfida di far trovare alle mie suppellettili il loro posto. Potrei colorarla,  magari con del rosso. Ed un calice, di   rosso ovviamente. Una stanza: nuova fermata e nuova partenza. Nel cuore c'è ancora il caffè bevuto questa mattina, l'abbraccio che ha separato passato e presente.

Nella valigia ci sono le vecchie domande: cosa farò ...veramente...?
e se fosse una perdita di tempo?
E nuove risposte:
Dicono, che  le cose non arrivino mai per caso.
Nuovi libri ed un  nuovo cuscino

Comunque, ci vuole tempo per addomesticare,  anche gli abiti.
E' una  sfida bella
e la voglio vincere.

domenica 7 settembre 2014

Ultima notte


Uno scontrino appeso al muro, l'arancione della terrina, la frutta in bilico. 
Gli stessi di ieri, di ieri l'altro; 
oggi hanno i colori di una foto, o di una cartolina.

L'esserci. Seduti per terra accanto ad un letto di dolore invocante. 
Impotenti. 
Come ieri. 
Seduti accanto ad un sacrario. Quello del dolore e della vita.
Nei momenti più bui di un'allergia pruriginosa che sembra non aver mai fine.
Che lascia tregua.
E riprende logorante. Al capezzale dell'araba Fenice.
O di Sisifo.
 Stanze, dolori e speranze a cui hai mescolato le tue speranze, i tuoi dolori, il tuo odore.

Tra poco, un'ultima firma, consegnate le chiavi ed allacciate le cinture, si parte.